Lorenzo Cristallini: la parola che brucia e rinasce
La poesia di Lorenzo Cristallini si muove su un crinale sottile, dove il disincanto non è mai resa e la speranza non è mai ingenuità. I suoi versi sono il risultato di un’urgenza, di una necessità interiore che si fa parola, lasciando dietro di sé tracce di cenere e scintille. Follie di un savio e Amari versi e dolci rime non sono semplici raccolte poetiche, ma tappe di un percorso che attraversa la condizione umana senza la pretesa di offrire risposte, ma con la capacità di incidere, colpire, lasciare un segno che brucia sotto la pelle.
Se “Follie di un savio” è la manifestazione di un impulso anarchico, di un bisogno di evadere dalle gabbie del pensiero razionale, Amari versi e dolci rime è il ritorno alla consapevolezza, ma con uno sguardo più affilato, più disilluso, eppure mai spento. Lorenzo Cristallini non teme la contraddizione, anzi la esalta, facendola diventare il motore della sua poetica. Da una parte c’è la fuga, il rifiuto di adattarsi a un mondo che chiede di essere savi a tutti i costi, dall’altra c’è la capacità di raccogliere le macerie di questa ribellione e trasformarle in poesia.
La parola, per il poeta, è materia viva, un’entità che si consuma e si rigenera. I suoi aforismi sono fendenti netti, punture di spillo che colpiscono in profondità prima ancora che il lettore possa rendersene conto. Ogni componimento si muove tra il lirismo e l’essenzialità, tra il bisogno di esprimere il tormento interiore e l’urgenza di condensarlo in un’immagine, un suono, un ritmo. È una poesia che non concede distrazioni, che si insinua nei pensieri e vi rimane, come un’eco sottile che non si spegne.
C’è un filo rosso che attraversa entrambe le sillogi: la tensione tra la perdita e la possibilità di rinascita. Lorenzo Cristallini osserva il mondo con lucidità, senza veli, ma non cade mai nel nichilismo sterile. Se i suoi versi parlano di amarezze, di tramonti che sembrano chiudere ogni speranza, lo fanno sempre con la consapevolezza che ogni fine porta con sé un inizio. È un gioco di equilibri, di alternanze: la dolcezza e l’asprezza, la luce e l’ombra, la caduta e il risollevarsi.
Non c’è redenzione nei suoi versi, non c’è la promessa di un domani più lieve. Eppure, c’è la parola, e tanto basta. Perché la poesia di Cristallini non cerca solo di offrire rifugi, ma anche di accendere fiamme. Fiamme che scaldano, fiamme che bruciano, fiamme che lasciano cicatrici. E nelle cicatrici, si sa, la memoria rimane più a lungo.
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